in Partiti da incubo

Ansia & disagio. Perché Di Maio ce l’ha tanto con Salvini

La terapia per il vice premier non si vende in farmacia. E’ al Viminale. Giggino attacca tre volte al giorno Matteo Salvini. Prima e dopo i pasti. Dare addosso al ministro dell’Interno è una valvola di sfogo. E’ terapeutico. Perché a torto (o a ragione, punti di vista), Di Maio considera il leader leghista la ragione del suo prematuro tramonto politico.

L’ansia fa brutti scherzi. L’ansia applicata alla politica poi, contesto in cui si è continuamente sotto pressione, è anche peggio. Capita allora che uno vada giù di testa. L’anamnesi dello stato d’animo di Luigi Di Maio non è complicata da fare. Da settimane, forse mesi, vive una fase di disagio. E le ragioni sono note.

La terapia per il vice premier non si vende in farmacia. E’ al Viminale. Giggino attacca tre volte al giorno Matteo Salvini. Prima e dopo i pasti. Dare addosso al ministro dell’Interno è una valvola di sfogo. E’ terapeutico. Perché a torto (o a ragione, punti di vista), Di Maio considera il leader leghista la ragione del suo prematuro tramonto politico.

L’enfant prodige in queste ore si gioca tutta una carriera. Perché questo non è un governo qualsiasi, è il “suo” governo. La scommessa dei populisti in cravatta che pensavano che il passaggio dalla protesta all’esercizio del potere fosse facile come chiudere un nodo windsor. Si erano illusi. Di Maio non avrà una seconda possibilità. I descamisados, finiti nelle retrovie, ora sono pronti a prendersi il MoVimento, riportandolo alle origini. Dove è nato. Sui server.

IN UN ANNO DILAPIDATO UN TERZO DEI VOTI

L’ansia di veder evaporare l’occasione della vita spinge Luigino ad avere reazioni aggressive e scomposte. In un anno, secondo i sondaggi, il Movimento 5 Stelle ha dilapidato un terzo del suo consenso. Se alle elezioni europee i Cinquestelle prenderanno una batosta, Grillo e Casaleggio presenteranno il conto a lui. La sua colpa? Non essere stato in grado di arginare Salvini, nonostante i numeri pesassero nitidamente dalla sua parte. Il fatto poi che le urne di medio termine penalizzino tradizionalmente i partiti di governo non è una giustificazione sufficiente. Perché, a parità di condizione, il Carroccio sta prendendo il largo. La beffa è che gli (ex) Lumbard crescono proprio a discapito dell’alleato. Sempre secondo i sondaggi, due elettori grillini su dieci, a maggio, voteranno Salvini.

TROPPO TIMIDI

I 5s sono troppo timidi, troppo inesperti. Il caso del Salva Roma è solo l’ultimo in ordine di tempo. Altri cavalli di battaglia grillini sono rimasti in scuderia. O hanno trottato invece di galoppare. E’ il caso del reddito di cittadinanza che, a prima vista, ha creato più scontenti che altro. Per non parlare di Tav e Trivelle, temi accantonati e non definitivamente risolti. Le altre misure care ai pentastellati non hanno lasciato traccia significativa nell’opinione pubblica. Quella populista. Che, invece, sembra essere conquistata dal carisma salviniano. Dai “bacioni”, dalle birre a colazione, dai messaggi basici ed efficaci.

Luigi Di Maio (Instagram)

La reazione dimaiana? Quella più scontata. Dare addosso a chi gli sta “rubando” voti. Però è anche la più pericolosa. In questo clima è difficile che il governo possa arrivare fino alle elezioni europee. Lo scontro ha raggiunto toni drammatici l’altra sera in consiglio dei ministri. Paradossalmente Giuseppe Conte continua a sedere a Palazzo Chigi perché nessuno dei suoi vice vuole assumersi la responsabilità di staccare la spina. E’ chiaro a tutti però che la domanda non è più se, ma quando.

“Chiedete agli amici 5 Stelle”, risponde Salvini a chi gli chiede della salute dell’esecutivo, “anche oggi (ieri, ndr) ho letto tra le cinque e le dieci dichiarazioni contro di me. Non accetteremo provocazioni. Conto di fare il ministro per altri quattro anni”. Probabilmente non con questa maggioranza.  

Stesso auspicio, a parole, arriva anche da Di Maio: “Stop polemiche”, dice augurandosi pure lui un altro quadriennio al potere. Ma, precisa, “non mi è mai piaciuto chi tira il sasso e poi nasconde la mano. Io sono sempre stato abituato a metterci la faccia davanti ai problemi”.

IL GIUSTIZIALISMO DELLE ORIGINI

Nel tentativo di recuperare un po’ di voti, il vice premier rispolvera il giustizialismo degli anni ruggenti. Nel mirino c’è sempre Armando Siri. “Se qualcuno crede che il Movimento 5 Stelle possa diventare come tutti gli altri partiti si sbaglia. C’è una gran bella differenza tra garantismo e paraculismo. Per noi se una persona viene arrestata o indagata per corruzione deve lasciare. Se non lascia, lo accompagniamo noi fuori dalla porta”.

Berlusconi e Salvini a Trieste (Instagram)

I grillini hanno chiesto l’intervento di Giuseppe Conte. Che, al momento, ha deciso di non muovere un dito. Ieri il premier si è limitato a mandare messaggi distensivi ai partner della sua maggioranza. “Si lavora, ci si confronta e ci possono essere anche dei passaggi ruvidi, ma non si può isolare una frase per sintetizzare quattro o cinque ore di lavoro”, minimizza lo scontro in cdm di martedì notte. “Io non sono un passacarte, non lo sono mai stato”, ci ha tenuto a precisare.  

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