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Viaggio nell’industria del divertimento di Ibiza. Dove l’Italia se la comanda (al solito) VIDEO


“Ibiza, fai tanto rumore”, è uno dei claim dell’isola. E questo rumore attira tante persone. Tra queste molti italiani. Ma non è solo turismo, anche se l’isola delle baleari è tra le mete estere preferite dai nostri connazionali insieme a Barcellona e New York. Ibiza è anche e soprattutto lavoro. C’è tanta Italia nell’industria dell’intrattenimento ibizenca. Andiamola a scoprire. Ugo Bellan è executive operations manager del Blue Marlin di Ibiza. “Siamo un beach club con un multi-concept”, spiega, “da noi puoi rilassarti in spiaggia e sulla terrazza v.i.p., pranzare al ristorante e poi scatenarti in discoteca. C’è sempre qualcosa da fare di diverso. Si arriva la mattina per il mare e, volendo, si va via a tarda notte”.

Blue Marlin

Il Blue Marlin esiste dal 2004 ed è un brand in forte espansione. A Ibiza e non solo. “Nel 2014”, aggiunge il manager italiano originario di Treviso, “abbiamo registrato 180mila ingressi, quest’anno puntiamo a superare i 200mila”. Bellan è arrivato a Ibiza nel 2010, dopo un’esperienza decennale a Londra. “Vivo e lavoro qui tutto l’anno, con il Blue Marlin abbiamo tanti progetti. Per esempio, abbiamo appena aperto un ristorante a Madrid, il Tatel”. Nostalgia dell’Italia? “A Ibiza sto molto bene, è la mia casa, non rimpiango nulla. Qui vivi la giornata con meno mal di testa…”, sorride.

Cafe del mar

Mauro Fortunato è il general manager del Cafe del Mar. “E’ aperto dal 1980, nel 2015 festeggia i 35 anni di attività”. Il locale, spiega, “è famoso per la selezione musicale chill out, ma soprattutto per il suo tramonto. Uno dei più belli del mondo. Centinaia di migliaia di turisti vengono a trovarci per goderselo”. Da quest’anno al Cafè del Mar ci sono anche i pre-party: “Il venerdì c’è Music On, con il dj italiano Marco Carola”. Mauro parla di sé e della sua esperienza. Vive a Ibiza da sei anni, anche lui ci è arrivato via Londra, da Torino, sua città natale. “Mi chiamarono per l’apertura dell’Amante beach club, in Cala Llonga, poi ho lavorato al Blue Marlin e ora qui al Cafè del Mar”. Cos’ha Ibiza rispetto all’Italia? “In questi anni ho visto crescere tantissimo l’organizzazione dei grandi locali. Tutti cercano di offrire il massimo, un servizio perfetto, per rendere i clienti più che felici”. Gli italiani a Ibiza? “La maggior parte dei posti qui a Ibiza”, spiega Fortunato, “ha il management italiano. Siamo tra i migliori in questo settore”. Tornare a casa? Mauro si fa una risata: “No!”.

Beachouse

Martina Russi è la front of house manager del Beachouse, beach club aperto lo scorso anno a Playa d’en Bossa, dai proprietari di El Chiringuito, storica spiaggia ibizenca. “La caratteristica del Beachouse è quella di coniugare la cucina di alto livello con il clubbing”, in una zona dell’isola, Playa d’en Bossa, considerata un po’ commerciale. Trentatre anni, Martina è partita subito dopo l’università per Londra: “Vivevo in un paesello di cinquemila anime e mi stava stretto”. Ma il tempo grigio della Gran Bretagna l’ha spinta a cambiare ancora: “Sono a Ibiza da quattro anni. In Italia? Cosa ci torno a fare… Anche se dicono che la situazione economica della Spagna sia peggiore di quella italiana (e io non credo), qui sono capaci di affrontare i problemi con il sorriso. Una cosa che noi non sappiamo fare. Purtroppo”.

Il fenomeno Ludwig 📀 spiegato a chi non è di Roma (video intervista) 🎬

Ludwig è Ludovico, ha 27 anni ed è di Roma. Fa il dj, il produttore e il cantante. Nella capitale è un piccolo (grande) fenomeno. Perché, in una scena satura di rapper, trapper e cantanti indie, ha proposto una cosa diversa. La musica elettronica con il cantato in italiano. Non che l’abbia inventata lui, questa roba, ma in quello che fa Ludwig è originale. E fresco. I suoi testi sono ironici, immediati. I ragazzi di Roma (non solo di Roma) si immedesimano. E corrispondono. Così si spiegano gli ultimi due sold out. E i numeri dello streaming: oltre 17 milioni di ascolti in pochi mesi. Più un disco d’oro per “Domani ci passa”, estratto dall’EP “Curioso”.

Da qualche giorno è stato rilasciato il video del nuovo singolo “Dopo Mezzanotte”, diretto da Filippo Silli. Un pezzo che è un po’ il manifesto del Ludwig-pensiero: serate pazze, vodka e ragazze bruttine che, a una certa ora della notte, vengono “rivalutate”. Tutto quel mondo che, chi va a letto presto, non può sapere.   

Quando hai cominciato a fare musica?

“La passione è esplosa Intorno ai 14-15 anni. Due anni più tardi ho comprato il mio primo computer e ho iniziato a produrre musica. In quel periodo andavo a ballare ai pomeridiani, mi piaceva la musica electro house, che poi si è evoluta nella progressive house. Ti posso fare un nome su tutti: gli Swedish House Mafia. Mi sono ispirato a loro e ho iniziato a creare le prime produzione di musica elettronica”.

Ok, gli SHM. Ci sono anche dei produttori italiani tra le tue fonti di ispirazione?

“Devo andare più indietro nel tempo per risponderti, quando ascoltavo Gabry Ponte, Gigi Dag…  Però io ho cominciato a fare subito progressive, quindi mi piaceva di più lo stile degli Swedish o di Martin Garrix, questa gente qui”.

 

Se dovessi etichettarla, come definiresti la tua musica?

“Il mio sound si è evoluto nel tempo. E’ sempre musica elettronica, la particolarità è il cantato. In Italiano”.

Tu produci e canti.

“Sono dj, producer e cantante. Quest’ultima veste è più recente”.

Danti, in una canzone dei Two Fingerz, diceva che “la cassa dritta ha sempre ragione”. E’ così?

“Cosa verissima. Se vai a ballare in qualsiasi discoteca, la cassa dritta c’è sempre”. (Per “cassa dritta” si intende quando, in una canzone il cui tempo si misura in 4/4, su ogni quarto ci batte la cassa, ndr)

La musica italiana funziona nei club?

“Se guardo alla mia esperienza, ti dico di sì. Il ragionamento che è alla base della mia musica è questo: alla gente piace la musica elettronica, se scrivo un testo in italiano su una base Edm, i ragazzi possono anche cantarla in discoteca e sentirla più loro. I risultati li vedo quando faccio le serate in giro”.

A Roma hai fatto due sold out.

“All’Atlantico e allo Spazio Novecento. Domenica 22 dicembre farò un concerto all’Orion”.

Fede calcistica: Roma o Lazio?

“Se nasci a Roma, devi essere della Roma”.

Dicono che Totti sia un tuo grande fan.

“Diciamola bene: sono io un grande fan di Totti”.

Roma Nord o Roma Sud?

“Roma è bella tutta, Nord e Sud”.

Nella capitale c’è un fermento di generi musicali, dalla indie alla trap, cosa ti piace?

“Trap, indie… ascolto tutto, alcune cose mi piacciono. Ma il mio genere è un altro, la musica elettronica”.

L’intro di “Dopo Mezzanotte” è una chitarra rock.

“Sì, mi piaceva l’idea di inserire una sfumatura rock nell’arrangiamento, in un pezzo che comunque sfocia nell’elettronica, con Il drop fatto con la cassa dritta.  Chiamiamola “dance rock” o “pop rock”… “

Sempre in “Dopo Mezzanotte” dici, testuale: “Oggi nel locale ho rimorchiato un lavandino, so giustificato so le cinque del mattino”. Quante volte ti è capitato?

(Ride) “Be’, sì è capitato. Non ti so dire quante volte, chi se lo ricorda. Ma credo sia successo a tutti, no?!”

 

La storia della dance anni 90: Checco Bontempi (Corona)

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A Carrara fanno il marmo. Ma a Massa fanno i dischi. E alcuni vinili sono molto resistenti. Ce ne uno che, a due decenni di distanza, continua a girare. E’ Rhythm of the night, produzione italianissima. Creata dal dj Checco Bontempi, di Marina di Massa appunto, cantata da Jenny B, nome d’arte di Giovanna Bersola, ragazza catanese con padre senegalese, registrata a Reggio Emilia, nello studio di Giorgio Spagna, fratello di Ivana. Olga de Souza è l’immagine della crew. Bontempi non è in grado di quantificare quante copie abbia venduto Rhythm of the night. Anche perché, a distanza di quasi 22 anni, continuano ad avere mercato sia la versione originale che le sue svariate cover.

Si chiama eterogenesi dei fini. Quando entra al Pink studio, di Reggio Emilia, Checco Bontempi deve fare tutt’altro. Lavora a una cover di un disco prodotto in Olanda, cioè a una versione risuonata e ricantata di un brano già edito. Checco ha un’idea. Tiene il riferimento alla melodia delle strofe, ma cambia il ritornello. Nascono così Corona e Rhythm of the night. E’ il 1993. L’Italia è scossa dalla bufera di Tangentopoli. Al governo si insedia il tecnico Carlo Azeglio Ciampi, la Camera nega l’autorizzazione a procedere nei confronti di Bettino Craxi, la svalutazione della lira porta l’Italia fuori dal sistema monetario europeo. Gli italiani sono più poveri, chiudono 30mila imprese solo al nord. La sbornia degli anni ottanta è finita. Eppure il mondo della musica sembra impermeabile a questo clima di depressione che si respira in giro. Il singolo entra in classifica nel gennaio del 1994 e vi resta fino a luglio, E’ numero 1 in italia da febbraio per 8 settimane. Nel Regno Unito Rhythm of the night arriva al numero 2 nel settembre del 94. Corona piace anche al mercato americano.

Nella primavera del 1995, la canzone fu in programmata in radio e nei club e raggiunge la posizione numero 11 della Billboard hot 100. A ruota escono altri singoli fortunati: Baby Baby, Try Me Out e I Don’t Wanna Be a Star. Rhythm of the night ha avuto una nuova privamera nel 2013 grazie al singolo “Of the night” dei Bastille. Si tratta di un gruppo indie rock britannico, eppure per il lancio di All this bad blood, il secondo album, decidono di coverare il pezzo ideato da Checco Bontempi. E, nella stessa traccia, anche Rhythm is a dancer degli Snap. La canzone debutta al numero due della chart inglese e rimane in classifica diverse settimane. Un grande contributo alle produzioni dance italiane arriva da Radio Deejay. La trasmissione Deejay Time, in onda ogni pomeriggio dalla 2 alle 4, propone al grande pubblico radiofonico una selezione di canzoni dalla dance, alla tecno, alla house. Molti successi internazionali diventano tali sulla modulazione di frequenza grazie alla firma del dj Albertino. Ma la storia di Checco Bontempi ha inizio negli anni Ottanta. E’ stato uno dei protagonisti della italo-dance con lo pseudonomino di Lee Marrow. Bontempi all’epoca collabora con la Discomagic, la società di produzioni musicali di Severo Lombardoni. Fu lui a decidere l’alias di Bontempi.

La Storia della dance anni 90: Luca Pretolesi, in arte Digital Boy

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C’è stato un tempo, gli anni Novanta, in cui l’Italia ha dominato la scena musicale mondiale. Dietro produzioni dance apparentemente straniere perché proposte in una confezione anglofona si nascondeva il genio e la creatività italiani. Dalle soffitte, dai sottoscala, dalla provincia, alla conquista delle vette delle classifiche internazionali. Luca Pretolesi è un ragazzo di Genova. Studia pianoforte, ma a 16 anni ha già deciso che Mozart non fa per lui. Ha gusti un po’ più forti. La tecno. Un genere che, all’inizio degli anni novanta, è un fenomeno di massa, ma nel Nord Europa. E’ la musica che si suona nei rave. In Italia non la produce ancora nessuno.

Giovanissimo, Pretolesi inizia a spedire i suoi demo. Ottiene l’interesse della Flying record, che si propone di distribuire i suoi dischi. Ma deve stamparseli da soli. Il successo arriva in breve tempo. “Gimme a fat beat”, “This is muthaf**er”, eppoi “Mountain of King” e “Crossover”. Digital boy domina le classifiche di settore e vende milioni di dischi nel mondo. Un impulso determinante alla diffusione della musica dance, in quegli anni, arriva da Radio Deejay, il primo network nazionale che promuove le produzioni italiane fino a farle diventare riempipista in discoteca.

Molti successi mondiali degli anni novanta nascono di pomeriggio, dalle 2 alle 4, sulla modulazione di frequenza, grazie ad Albertino. Mountain of king ha un testo, interpretato dalla cantante Asia, che parla di fratellanza tra razze, inneggia a Martin Luther King ed è figlio delle relazioni che influenzano Pretolesi, poco più che ventenne, nei suoi tour mondiali. Il singolo rimane primo in classifica in Italia per 4 settimane. E’ il 1994. Ad oggi Pretolesi è riconosciuto come l’inventore dell’hover sound, il suono aspirapolvere, utilizzato in molte produzioni dance e pop degli ultimi anni. Anche Lady Gaga lo ha usato. Da diversi anni Pretolesi vive a Las Vegas, ha tre studi di produzione musicale, di cui uno ad Amsterdam. Non produce più con il marchio “Digital boy”, ma ha prestigiose collaborazioni con dj e mc’s americani.

In scena a Roma i vent’anni di CiaoRino, cover band di Rino Gaetano

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I CiaoRino presentano “E’ una ruota che gira”, spettacolo teatrale che ripercorre i loro vent’anni insieme. Dal 1999 la band omaggia e reinterpreta i brani più famosi di Rino Gaetano. L’appuntamento è al Teatro Cometa Off dal 9 al 12 dicembre. L’evento è stato presentato al Lian club, barcone sul Lungotevere ormeggiato all’altezza dell’Ara Paris. I musicisti hanno dato un piccolo assaggio di quello che sarà lo spettacolo, un mix di musica e narrazione. “E’ il ventennale di un viaggio, di un’esperienza che ancora oggi va avanti e che ha avuto Rino Gaetano come collante. E’ la storia di ragazzi che sono diventati uomini, ragazzi che, grazie anche alla musica di Gaetano portata nelle piazze in giro per l’Italia, sono diventati grandi”, dice Luca Angeletti, attore

e musicista (L’Orchestraccia), che è anche regista e autore del testo dello spettacolo in scena al Teatro Cometa Off. Oltre ad Angeletti, nel progetto sono coinvolti Alessandro D’Orazi (voce e chitarra), Gianfranco Mauto (voce, pianoforte e fisarmonica), Peppe Mangiarancina (basso), Paolo Fabbrocino (batteria e percussioni), con la partecipazione di Riccardo Corso (chitarra) e Giuseppe Russo (sax), Fabrizio Giannini (narrazione), Regia Luca Angeletti e Fabrizio Giannini, musiche di Rino Gaetano, riarrangiamenti dei CiaoRino.

L’Amsterdam Dance Event celebra la rinascita della House (e la fine dell’Edm)

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ADE sta per Amsterdam Dance Event. Per cinque giorni nella città olandese si incontrano tutti gli operatori della musica elettronica e fanno cose. Incontri di lavoro, conferenze, party.  Secondo gli organizzatori all’edizione 2019 hanno partecipato 2500 artisti e 600 oratori. Sono arrivate 400mila persone da tutto il mondo. Da David Guetta al dj più sfigato in cerca di qualche contatto buono, c’erano tutti. 

Ma partiamo dal glossario: cosa significa musica elettronica? Tutto e un cazzo di niente. Sotto questa macro etichetta si può catalogare l’intera produzione musicale realizzata al computer, utilizzando suoni sintetici o campionati. All’interno di questa giungla si possono identificare dei generi. Beatport, il più diffuso negozio digitale di musica elettronica, ne mette in fila addirittura 31. E questo non fa che alimentare la confusione. A ‘Dam puoi incontrare presunti esperti capaci di asciugarti anche un’ora con la differenza tra Deep tech, Future bass e Progressive house. Ma più si attardano nella spiegazione e più ti è chiaro che manco loro ci capiscono niente. 

TUTTI IN CODA

Quello che è evidente è il ritorno della House e il crepuscolo della Edm (Electronic Dance Music). A fare tendenza – già da qualche anno – è l’etichetta indipendente londinese Defected. Sono loro che rilasciano le tracce più stilose, quelle che dettano la moda e riempiono le piste dei club di Ibiza. Poi c’è una miriade di altre label che seguono il solco tracciato. Ad Amsterdam erano tutti in coda per il party della Defected al World Fashion Center, un centro commerciale che sta nella periferia della città olandese, a quattro chilometri dal centro innervato dai canali. Alla sei del pomeriggio in console si è messo ai piatti Simon Dunmore, il boss dell’etichetta. Ai piatti, poi: i giradischi sono roba per cultori e scratcher, da anni si fa tutto con i cdj della Pioneer, lettori cd che non hanno mai visto un compact disc: la musica è nelle chiavette Usb. 

JOYS

Insomma, per farla breve, dalla selezione di Dunmore si è capito qual è il gusto del momento: un ritorno alle sonorità classiche della House music. Il funky, le citazioni della Dance music, l’utilizzo delle gloriose drum machine della Roland, il cantato con le voci black. Meno caciara, più stile.  Il pezzo dell’estate, a Ibiza, è stato Joys, edito ovviamente dalla Defected e prodotto da Roberto Surace, 21 anni, nato a Roma e cresciuto in Calabria. Joys contiene una citazione di The finest della Sos Band, traccia del 1986, già rifatto nei Novanta in versione drum & bass. Ciò per dire che, negli studi di produzione, non si butta via niente, tutto può avere nuova vita purché rinasca in maniera creativa e non suoni vecchio, ammuffito.

UN PO’ DI NUMERI

Ora la domanda è: ma ci si fanno i soldi con la House music? Nì. Il mercato discografico mondiale, secondo l’Ifpi, nel 2018 ha generato ricavi per 19,1 miliardi di dollari. E’ in crescita, soprattutto grazie agli streaming (47%). La musica “Dance / House” si prende una fetta del 27% (con picchi del 38% nella fascia di età 25/34), ma è il pop che fa i numeri seri (chiamato “commerciale” dai puristi, con disprezzo), alla House restano gli spicci. Con una traccia, a meno che non diventi un successo mainstream, non ci si arricchisce. Spesso manco si coprono le spese. Eppure la scena continua a sfornare centinaia di pezzi al giorno. Perché? 

Perché l’obiettivo non è il mercato discografico, sono i live. Nell’entertainment diurno (gli aperitivi) e notturno (i club), girano i soldi veri. Produrre una traccia House serve allora prevalentemente a scopo promozionale, per far viaggiare il nome e per generare relazioni. Le etichette indipendenti organizzano eventi dove si esibisce il proprio roster di dj produttori. Le più forti programmano uno o più show a Ibiza. E, spesso, per un disk jockey mettere piede sulla Isla durante la stagione estiva vuol dire poi campare di rendita per tutto l’anno. Ad Amsterdam si va per questo. A dare un volto ai colleghi con cui si è lavorato da remoto durante l’anno. E a progettare nuove collaborazioni. Ed è tutto un “bro”, “mate”, “buddy”, abbraccioni e bacioni.  

TESTE GRIGIE (E PELATE)

La scena House non è come ce la si immagina. E’ un ambiente molto maturo. Anagraficamente. Gli artisti ragazzini sono attratti da altri generi. Nella lobby dell’Andaz hotel, dove gli house lovers si ritrovano per fare networking, abbondano teste grigie e pelate (pelate di calvizie). I producer, quando esauriscono l’argomento musicale, tirano fuori l’Iphone ed esibiscono a vicenda le foto dei figli.  

Gli italiani? Sono una tribù importante della internazionale House. All’avanguardia per stile, influenza, creatività. Di Surace si è detto. Delle star della Techno come Marco Carola e Joseph Capriati manco a parlarne. Poi ci sono professionisti sulla scena da alcuni decenni, che continuano a proporsi con un suono fresco e attuale, come Ciro “Black Legend” Sasso (a breve ricorrono i vent’anni della sua hit “You see the trouble with me”, numero uno nella chart UK). Infine c’è un proletariato del mix che spera di beccare la scia giusta che li spedisca in orbita. Alcuni ci riescono. Pochi però.     

Da San Basilio all’Olimpico, la favola di Ultimo 🎤

Fare gli stadi è una roba per rockstar. A dire il vero sono pochi quelli che ci riescono ancora. Vasco, ovviamente. Mentre Ligabue ha ammesso le difficoltà che ha a fare i numeri di dieci anni fa. Allora cominciano a spostare i palchi. Sempre più vicini alle curve, per dare la sensazione visiva di aver fatto il pieno. Niccolò Moriconi è arrivato bello fresco. Ha infilato tre album da record. I suoi pezzi più famosi hanno qualcosa come 40 milioni di stream su Spotify. Doveva vincere Sanremo con “I tuoi particolari”. Era favorito. Piaceva anche a Matteo Salvini, per dire. Poi si è trovato avanti Mahmood. Ed è arrivato secondo. Pazienza.

Il ragazzo di San Basilio ha continuato a macinare musica e numeri. “La Favola”, il concerto romano di chiusura del tour estivo, è tutto esaurito da marzo. E nel 2020 già annuncia che si esibirà soltanto negli stadi. “Se guardiamo alla tempistica, mai mi sarei aspettato di trovarmi qui appena dopo il terzo album”, spiega. Che poi è uscito a due anni di distanza dal primo. “Ho puntato tutto sui live, per me sono la cosa più importante, io vivo per i concerti”. 

A Roma Niccolò dice di sentirsi “a casa”, ma non per questo a suo agio. La pressione si è fatta sentire. E tanto. Ha preferito andare in hotel e non dai genitori: “Sono state tre notti insonni”. Ventisette pezzi in scaletta (compresa una cover di Albachiara di Vasco) e due ospiti speciali: Antonello Venditti e Fabrizio Moro. Con il primo Ultimo ha cantato “Roma Capoccia” e “Notte prima degli esami”. L’ingresso di Venditti è stato anticipato da una sorpresa. Un video in cui, partecipando a un saggio, Niccolò, allora tredicenne, canta proprio l’inno alla capitale del cantante romano. Mentre “con Moro”, spiega, “ho una amicizia che prescinde dal lavoro, è un fratello. Alcune sue canzoni mi danno emozioni molto forti”. 

Entrando all’Olimpico per le prove, Ultimo ha cercato i seggiolini dove sedeva con il padre (“Quando eravamo abbonati alla Roma”) e ci si è accomodato: “Se allora fosse passato qualcuno e mi avesse detto: “Tra dieci anni suonerai qui”, l’avrei preso per un matto”. E invece. Il cantante ha dedicato alla sua città “Poesia per Roma”: “Ero in vacanza all’estero, steso su un lettino, quest’inverno. Quando ho finito di comporre il testo, mi si è rivelata davanti una bandiera giallorossa… un segno del destino”, ha scherzato con i giornalisti facendo vedere il video sul suo telefonino.               

 

L’orgasmo di Roma per Calcutta (che ora è davvero Mainstream)

“Raga’, ho gli auricolari, sento solo il mio ritorno. Ma voi state cantando?”. Essì che i ragazzi  cantano. Che domanda. A “Rock in Roma” Calcutta è nel salotto di casa. Comodo. Dopo un’ora e tre quarti di concerto, ventitre pezzi e una cover di Miguel Bosè (“Se tu non torni”), quello che ha urlato di meno non ha la voce neanche per ordinarsi una birra. 

Una passeggiata di salute, si dice da queste parti. Edoardo D’Erme è di Latina, nella capitale si è trasferito come universitario fuori sede. Studi non finiti perché questa cosa della musica lo ha travolto. Avanguardista della scena indie. Anche se questa etichetta non gli piace. E in effetti per Calcutta oramai è un po’ limitante. Difficile schiaffarlo in un recinto. Catalogarlo. 

Il suo primo album si chiamava “Mainstream”. Ironicamente. Ma poi al grande pubblico è arrivato sul serio. I numeri sono quelli del pop. Sullo sterrato dell’ippodromo di Capannelle ci trovi di tutto. Dai sei ai sessant’anni. 

Lui però quell’aria da “passavo qui per caso” non se la toglie mai. Maglietta rossa Sergio Tacchini e immancabile cappellino da baseball. Barba non fatta. La sua postazione sul palco comprende un microfono e un campionatore da cui, tra una canzone e un’altra, fa partire degli effetti simpatici che fanno ridere il pubblico. Dietro di lui, oltre alla band, quattro coriste. Hanno scritto C.O.R.O. sulla t-shirt, tanto per sottolineare. Sul megaschermo scorrono immagini in diretta, stories di Instagram e grafiche “old school” tipo Window 95. Parte con “Briciole”. Poi “Kiwi”, poi “Orgasmo”. 

“Pensavo che la gente oggi qui fosse antipatica, invece siete stati simpatici…”

Ogni pezzo ha un bagaglio di aneddotica alimentata un po’ dalla rete, un po’ dall’artista stesso. A partire dai titoli delle canzoni che non sono figli di una scelta editoriale studiata a tavolino dalla casa discografica, ma frutto di una organizzazione del lavoro un po’ alla cazzo. Erano i nomi dei file di esportazione dal disco rigido. E sono finiti, pari pari, sull’album. Poi vai a vedere se è vero. “Kiwi” era la canzone che non riusciva a finire (“Ma poi l’ho finita”), “Orgasmo” quella che non passava in radio perché la parola “scopare” era inserita nelle prime strofe (“Se ci facevo il ritornello magari andava bene”). 

E’ il sottovalutato cronico. Il ragazzo che arriva con l’orma del cuscino tatuata in faccia. Poi accende il microfono e si rivela un cantautore con i contro razzi. Alla fine del quarto pezzo (“Cane”), Calcutta infila una strofa di Bosè (“Così stanotte voglio una stella a farmi compagniaaaa…”). Breve parentesi. Oramai ha un repertorio così ampio da cui attingere per i live che le cover non servono: “Milano”, “Limonata”. Sul video scorre una clip realizzata da Francesco Lettieri, regista di quasi tutti i suoi video. La prima strofa di “Paracetamolo” è interpretata in spagnolo. Tanto per confondere un po’ i fan, che vanno di testi a memoria. Segue un momento intimo, “voce e chitarra”. Calcutta esegue “Albero” (“Non la faccio da un po’ di tempo, spero di non fare brutta figura…”) e “Amarena”. Nel finale solo hit e pezzi nuovi. “Oroscopo” parte voce e piano. Poi l’arrangiamento live ricalca la versione Takagi&Ketra, quella che a Calcutta “non piace”. Quindi “Cosa mi manchi a fare”, “Frosinone”, “Gaetano”, “Milano Dateo”. Chiude con “Pesto”. La spianata di Capannelle è un’apoteosi di cellulari in modalità Rec. “Pensavo che la gente oggi qui fosse antipatica, invece siete stati simpatici…”, scherza. Ma ha gli occhi lucidi.   

Posti nuovi da provare, tipo il Drop nel quartiere Monti

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Si chiama Drop ed è facilmente intuibile perché. C’è un portone anonimo in via Cavour, poco prima che la strada curvi verso i Fori Imperiali (pieno centro, ma fuori dalla ztl). Un citofono senza nome. Bussa solo chi sa. Ma, ormai, a Roma in tanti sanno. Soprattutto chi sta nel quartiere Monti.

Il citofono e la tessera Arci

Non è proprio uno speak easy come il Jerry Thomas project, non serve la parola d’ordine per entrare. Comunque al citofono, ti fanno un paio di domande per sapere se sei in sintonia con il tipo di locale (quello dipende soprattutto dal giorno e dall’affluenza). Dentro va fatta la tessera Arci (8 euro), poi si entra nel tunnel. Nel vero senso della parola. Il Drop è un lungo corridoio con volte in pietra viva. C’è un bancone bar molto ampio e, in fondo, un palco dove si esibiscono a volte musicisti che suonano dal vivo, a volte dj’s.

Miscelazione

I cocktail sono molto elaborati nell’estetica e anche molto buoni. Il bartender, nelle serate in cui non c’è troppa ressa, si fa raccontare i gusti del cliente e consiglia cose nuove che non siano i soliti Spritz e Moscow mule (ma io alla fine ho preso proprio quello!).

Quando andare: il giovedì e la domenica per bere in tranquillità, il venerdì e il sabato se si cerca la massa.