Napoli
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Se il governo non investe al Sud, addio a 44 mld di fondi europei 👋

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Soldi al Sud. Una pioggia di soldi. Così dice Giuseppe Conte. Il presidente del Consiglio, nella tradizionale conferenza stampa di fine anno, annuncia un piano per lo sviluppo economico del Mezzogiorno. Il governo lo lancerà a gennaio. 

“Se riusciremo a rilanciare il Sud ne beneficerà anche il Nord”, dice il premier, “D’ora in poi, per effetto dei provvedimenti già varati, il 34% della spesa pubblica dovrà a priori essere destinato al Sud”. Quello a cui sta lavorando l’esecutivo, aggiunge, è “un piano strutturale, una parte fondamentale sarà l’incremento delle infrastrutture. Non siamo così velleitari da pensare che porremo fine alla questione meridionale, ma se il Sud non riparte, il Pil avrà sempre percentuali scarse”.

Quanta enfasi, professore. In realtà, questo piano per il Sud gira da un po’ di mesi. E’ sempre lo stesso. Annunciato prima da Conte a Bruxelles e poi, a Roma, dal ministro per il Mezzogiorno, Giuseppe Provenzano. Ma la verità è che le maggiori dazioni alle aree depresse (dove le prendono?) non sono una gentile concessione del governo romano. E’ l’Europa che lo impone. Pena, la perdita dei fondi strutturali. E quelli sì che sono soldi veri, in carta e filigrana. 

Si dà il caso, infatti, che qualche mese fa il direttore generale della Dg Politiche regionali della Commissione Europea, Marc Lemaitre, abbia inviato letteraccia di richiamo al governo Conte. L’Italia spende male i fondi europei che dovrebbero essere aggiuntivi agli investimenti nazionali. Ma siccome qui non abbiamo una lira, pardon un euro, si foraggia il Mezzogiorno con la grana che arriva da Bruxelles e quasi solo quella. Gli investimenti pubblici con fondi nazionali sono fermi al 20 per cento. E se l’Italia non li porta al 34, nei prossimi anni rischia di perdersi qualcosa come 44 miliardi che arrivano dal vecchio continente. Insomma: ciò che Giuseppe presenta come un’idea del suo esecutivo, in realtà è una correzione che ci impone la Commissione europea per non chiuderci il rubinetto. 

Non parliamo poi di come vengono spesi questi fondi europei al Sud. Anzi no, parliamone: Campania, Basilicata, Puglia, Calabria e Sicilia sono le Regioni che si accaparrano i tre quarti dei fondi strutturali destinati all’Italia. Ma questo flusso non stimola l’economia locale. Neanche fa il solletico. Il Meridione è di nuovo in recessione dopo quattro anni. Lo dice Confindustria. Il Pil sudista è tornato sottozero, mentre il Nord in qualche modo continua ad andare. Senza contare poi che ci sono le crisi industriali (ex Ilva) e bancarie (Pop Bari) incombenti. 

Ma vogliamo dire anche del reddito di cittadinanza? Non una misura virtuosa, ma una nuova forma di assistenzialismo. Il 60 per cento è stato assegnato a circa 600mila nuclei familiari che vivono dalla Campania in giù. Dice: serve a creare occupazione. Come no: per il momento, il sussidio ha prodotto appena 18mila posti di lavoro (precari) su tutto il territorio nazionale. Acqua fresca.   

A conferma poi del fatto che Conte riciccia roba vecchia, c’è da dire che la manovra economica appena approvata già contiene un piano per il Mezzogiorno. Nella Finanziaria è stato confermato “Resto al Sud”, l’incentivo per coprire i costi di avvio delle nuove imprese da parte degli under 46. E ora arriva anche “Cresci al Sud”, il fondo a sostegno della competitività e della crescita dimensionale delle piccole e medie imprese aventi sede legale e attività produttiva nelle regioni Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia. I soldi, però, sono quello che sono: 250 milioni per il biennio 2020-2021, e sono sempre attinti dal Fondo per lo sviluppo e la coesione, mica ce li mette lo Stato. C’è infine la maggiorazione del contributo per gli investimenti 4.0 che sale dal 30% al 100%. 

Insomma: il governo strizza non uno, ma due occhi al Mezzogiorno, dove a breve andranno al voto le principali Regioni. Lo fa anche con il mini rimpasto di fine anno. Conte rimpiazza il dimissionario Lorenzo Fioramonti non con uno, ma con due sostituti: Lucia Azzolina (Istruzione) e Gaetano Manfredi (Università e Ricerca). Così la predominanza dei ministri del Sud, in consiglio, si fa ancora più netta: quattordici su ventidue. I campani sono cinque (Di Maio, Costa, Amendola, Spadafora e ora Manfredi), i siciliani sono quattro (Bonafede, Provenzano, Catalfo e, appunto, Azzolina). Tre i pugliesi (lo stesso Conte, Boccia e Bellanova), due i lucani (Speranza e Lamorgese). E poi dicono che “Giuseppi” non si preoccupa dell’occupazione della gente del Sud… 

 

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