Matteo Renzi (Instagram)

Tremenda vendetta Pd: gli scissionisti devono 1,6 milioni di quote arretrate

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Pd. E’ l’acronimo di Partito democratico. Ma anche l’abbreviazione di “Piglio Dovunque”. Usciti da un quinquennio di governo con le ossa rotte, i dem riescono clamorosamente a tirare la cinghia e a chiudere il bilancio in attivo. Evitando così il rischio di dover chiudere la sede di via del Nazareno, evocativa di patti che, tutto sommato, non hanno portato fortuna a nessuno.

La mannaia di Francesco Bonifazi affonda il colpo giusto in tempo per gli opening party di Ibiza, isola della quale il tesoriere dem è assiduo frequentatore. I soldi per far quadrare i conti del Pd arriveranno dai “traditori”. Quelli che prima hanno fondato il gruppo Mdp e poi Liberi e Uguali. I bersaniani, insomma. Dovevano dei soldi al partito che, dopo la scissione, non hanno più versato. E allora i compagni si sono rivolti alla giustizia. Il Tribunale civile ha dato loro ragione. Abbandonare il partito di elezione non cancella l’obbligo di versare le quote pregresse. Così sono arrivati i decreti ingiuntivi. Anche all’ex presidente del Senato Pietro Grasso. Che ha guidato Leu, in maniera abbastanza modesta, alle elezioni e che adesso rischia una condanna per insolvenza.

BILANCIO IN UTILE 

“Il Pd chiude e approva il bilancio 2017 con un utile di circa 500 mila euro. Un risultato che sottolinea l’attenzione che il Partito ha avuto nella gestione, nonostante la difficoltà che stanno vivendo i nostri lavoratori in cassa integrazione”. La crisi di liquidità della sinistra arriva da lontano. Negli ultimi tempi però si è acuita con l’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti. Deciso, peraltro, dal governo di Enrico Letta (uno di loro) per inseguire l’ondata di antipolitica alimentata dal Movimento 5 Stelle. L’effetto Tafazzi ha colpito tutti i movimenti politici. Ma il Pd, che aveva una struttura imponente ereditata dalla tradizione comunista, ancora di più. I dem hanno cambiato sede, a caccia di qualcosa di più piccolo e più economico. E hanno messo in cassa integrazione il personale del partito. Chiedendo anche un obolo ai dipendenti dei Gruppi il cui stipendio arriva direttamente dall’amministrazione delle Camere.

70 MILIONI IN 5 ANNI DALLA CAMERA

Nella scorsa legislatura il grande polmone economico della sinistra è stato proprio il Gruppo Parlamentare alla Camera. Per effetto del Porcellum, il Pd, nel 2013, ha eletto un numero spropositato di deputati. Abnorme rispetto alla percentuale di voti presi. In cinque anni questo vantaggio numerico a Montecitorio si è tradotto anche in euro: circa 70 milioni  spalmati sul quinquennio. Soldi che i dem hanno un po’ speso e un po’ dilapidato. Speso nei costi del personale, dovendo mantenere quasi 150 dipendenti. Dilapidato (per come è andata a finire) nel referendum costituzionale di Matteo Renzi. Il Pd, come partito, ha speso 11,5 milioni di euro per la campagna di comunicazione. Il premier ha addirittura ingaggiato il guru di Hillary Clinton, Jim Messina. Che poi, al di là delle capacità strategiche, si è scoperto non essere un grande portafortuna. Una parte importante di quei soldi sono arrivati dai fondi di riserva del gruppo Pd a Montecitorio. Buttati nel cesso.

TEMPO DI VENDETTA 

Dopo le cicale, arriva sempre il tempo delle formiche. E delle vendette. All’epoca la scissione dei bersaniani era costata 630mila di euro l’anno, in termini di mancati versamenti ai Gruppi parlamentari. Ora quei soldi tornano indietro con gli interessi. “L’esperimento di recupero delle somme dovute dai parlamentari morosi sta producendo gli effetti desiderati”, informa una nota del Pd, “degli oltre 60 decreti ingiuntivi richiesti, per un totale di circa 1,6 milioni, ne sono stati emessi una larga parte, peraltro, riconoscendo l’immediata esecutività del credito. Questi proventi saranno destinati in favore dei lavoratori”.

GROSSO, GRASSO DECRETO INGIUNTIVO

Secondo statuto, i parlamentari piddini dovevano restituire 1.500 euro al mese della loro indennità. Gli onorevoli entrati in rotta di collisione con Renzi hanno approfittato della situazione per tenersi i soldi. Ma ora devono sganciare. Grasso deve qualcosa come 80mila euro. Lui? Parla di “ritorsione” e dice di non aver avuto nessuna notifica.

 

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